cosa succede quando leggiamo le poesie

Cosa succede quando leggiamo una poesia? E’ un linguaggio dal quale ci siamo completamente dis-abituati, al suono delle parole, all’esercizio dell’evocazione di mondi alieni.
E’ probabilmente un momento acronico. Non vi è tempo, anzi esso ritaglia il tempo in quanto acronologico, nel senso di non lineare; ma può assumere diverse configurazioni a seconda di chi lo fa evocare: un momento di perfetta introspezione (un tutt’uno con i sensi), oppure una penetrante onniscienza del grido umano. Il poeta è uno in particolare, o tutti assieme. Un incontro ravvicinato diretto o una lente d’ingrandimento sul mondo. O forse entrambi.
E’ un linguaggio di silenzi necessari ed essenziali, inconclusivo, latente, e forse un po’ per questo ne abbiamo sempre nostalgia, perché trasuda lentezza, quella che abbiamo perso in favore del tempo che fugge; per questo si leggono le poesie, per fuggire dal tempo senza bagagli, in modo che non sia lui a fuggire da noi.

Leggendo Pavese penso questo:

In ogni caso poesia rievoca dolore, dolore di quel linguaggio che nasce e sente e basta a sé stesso, e che andrà perduto nel tempo che è quello tra la vita e la morte.

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vagante intermezzo secondo il mio stile

Quando il futuro, il bene, il male, il passato, l’amore, che è un po’ tutti e due, si incontrano nel tempo presente di un’infelice primavera, danno come frutto un sentimento di vita – viva, o forse ad una breve ed intensa d-e(s)pressione.
Sono congetture.
E’ forse il tenersi costantemente aggrappati ad un pensiero che in realtà sfuma al solo ingresso della razionalità, è forse questo, a renderci un po’ meno vuoti.
Anche l’io s’increspa in qualcos’altro, nei momenti di pura attenzione al pensiero.
Nulla. O quasi, resta, da questa totale implosione elusa o mancata.
E’ la vita viva il lieto fine? O è forse qualcos’altro di più sottile…
Eco di voci delle quali nessuna mi appartiene. Il dolore non mi appartiene più, e in me risuona qualcosa di più universale. Non vedo dritto nemmeno un filo teso, perché il suo essere rettilineo lo è in quanto è direzionato verso un destino che non mi riguarda.
Perchè, in un certo tempo, l’inascoltato e l’invisibile ora stonano e abbagliano; ma solo se gli poniamo attenzione. Altrimenti potremmo forse continuare, la nostra esistenza, come se nulla fosse… e tutto sia.

il problema di uno è il problema di altri

(Quasi un lapsus. La lettera e del titolo è accentata; quasi mi sbagliavo e scappava una congiunzione invece del verbo essere. Già si sa che gli accenti, come le virgole, cambiano o possono cambiare il senso di una frase, non vorrei proseguire oltre)

Talvolta, le parole per spiegarci sembrano affiorare da luoghi abbandonati dove nemmeno andremo a cercare; per questo non sappiamo chi siamo mentre scriviamo ma siamo la parola stessa che viene a formarsi. Non trascendiamo noi stessi attraverso la scrittura ma forse scendiamo leggermente. Siamo un discorso che va varcando soglie, scalando montagne per poi cadere e risvegliarci improvvisamente, sorprendendoci rientrare nel nostro abituale angolo di visione, che in questo caso è frontale, o comunque in prospettiva. Due occhi che guardano le parole, e qualcos’altro – un’altra res che decifra. Ma siamo insieme tutte queste cose; solo che è difficile parlare di scrittura mentre si scrive,  ed altrettanto difficile è cercare di rendere LOGICO il LOGOS. (Sembra un gioco di parole, ma prendetelo, per un attimo, da “lettori del 2017”), a causa di una simultaneità di visioni che ci costringe a lasciarci un po’ imprimere da questa necessità. Le parole che vengono a formarsi sono come un quadro nel suo dipingersi, assolutamente contingenti – ho compreso da Merleau-Ponty (“Segni – il linguaggio indiretto e le voci del silenzio”). Per questo io non ho la volontà di accelerarle o prenderle per mano e condurle, non per lo meno in qualsiasi situazione, ma mi sorprendono loro, ed e io le sorprendo.

Per questo la scrittura è l’ennesimo buco alla parete del muro dell’individualismo. Siamo e diveniamo, io sono, io divengo, ci abbassiamo, mi fermo; ed un buco può connettere, non solo rompere. Se volessimo parlare in termini metafisici, verrebbe da dire che si sono contratte le forme di spazio-tempo; ma forse è meglio non fare i metafisici, per oggi.

Nel linguaggio che viene a formarsi, dunque, troviamo dei simboli che ci connettono e che ci rendono espribili, ossia rendono noi stessi esprimibili, o attraverso metafore e metonimie, altrimenti in termini scientifici, che non è altro che l’ennesima metafora del mondo. Il linguaggio si impernia su questo, su codici inesatti ed equivoci grazie ai quali però si fa parte di una comunità. E una comunità, per definizione, comunica. Comunica su scommesse, in quanto ogni frase è una scommessa sul suo senso, per questo ogni volta è fatica non domandarsi se veniamo compresi, invitandoci di volta in volta a rivedere e rinnovare il nostro stile di comunicazione, spingendoci al mutamento o forse anche alla conservazione, che pur sempre prevede una pratica. Le stesse parole che apprendiamo favoriscono questo mutamento, e anche quelle che disapprendiamo, e si rigenera da sè. La cura del linguaggio è prendere atto di questo continuo divenire e volerne fare tesoro per gli altri e anche per sé. Per ciò la scrittura può farne da tesimone ed in questo senso si dice che verba volant, scripta manent – che è sia di una testimonianza e quindi vincolo, sia di una promessa e quindi insieme vincolo e sicurezza. Ed ogni promessa, da questo punto di vista, è una scommessa. Non si chiede coerenza agli scrittori ma onestà, in poche parole, parresia, e si chiede ai lettori di credere sulla parola, persino in un testo comico, che apparentemente vorrebbe solo far ridere. Credimi, dice la penna che scrive, possiamo giocare con la realtà. L’esigenza del legarsi nasce da qui, e avviene in un ascolto del silenzio, perchè capiamo. Allora riprendiamo il viaggio del discorso.
Farlo con la scrittura significa aprire le possibilità anche di una non-presenza, in cui il nostro linguaggio attraversa un tempo – ed oggi, qui e ora, uno spazio – indeterminato e potenzialmente infinito. Questa è una grande scommessa.

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